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IL CAMINETTO

    Tanti anni fa, quando ero bambino, la mia famiglia andava a trascorrere il Natale a Gioi, un paese del Cilento sulla cima di una montagna, a quasi mille metri di altitudine. La casa che ci ospitava era quella degli avi paterni, nella zona del castello, la più panoramica.

    La calda accoglienza degli zii attenuava il disagio per il freddo, particolarmente intenso su quella vetta, spesso spazzata da vento gelido.

    L’unica fonte di riscaldamento della casa era costituita dal caminetto della grande cucina al piano terra, accanto al quale trascorrevamo gran parte della giornata. Era stato costruito ai primi dell’ottocento, come testimoniavano le iscrizioni scolpite al centro del suo frontale; nel passato più di una generazione si era raccolta in quel luogo esprimendo, in momenti irripetibili di unione familiare, gioie, dolori, ansie, aspettative o trovando momenti di svago e di scherzo. La zia Erminia ci raccontava che la nonna, maestra elementare, riuniva i dodici figli proprio lì e leggeva loro anche pagine di letteratura, tra le quali primeggiavano quelle dell’Ariosto, autore da lei preferito.

    Intorno al caminetto ci disponevamo a raggiera. Allo zio Armando e a papà erano riservate le sedie in paglia poste al lato più riparato, gli altri sedevano sulle panche e i più piccoli su scanni più bassi. Mentre gli adulti conversavano tra loro, noi bambini facevamo partite a carte oppure inventavamo giochi di fantasia, come quello della bottega, nel quale qualcuno assumeva la parte del negoziante e vendeva agli altri, diventati clienti, la finta merce ritagliata con le forbici da qualche giornale. A me piaceva anche il gioco delle funzioni di chiesa, nel quale, coprendomi le spalle con un’asciugamani, facevo da sacerdote celebrante, con tanto di altare allestito sulla panca più alta, mentre gli altri erano i fedeli che venivano ad ascoltare la messa. Al momento giusto facevo, a mio modo, anche il sermone e la cerimonia si concludeva con i canti (questi sì autentici) sentiti in Chiesa. Bisogna qui considerare che, in tempi nei quali non vi era la televisione e mancavano gli altri stimoli dei tempi attuali, la fantasia dei bambini trovava nutrimento soprattutto nei rituali della chiesa, ai quali sovente assistevano.

    Alla sera tutti insieme giocavamo a tombola segnando i numeri estratti coi granelli di granturco che ci dava la zia Emma, quella che si occupava della cucina e del pollaio (più esattamente bisognerebbe dire dei pollai, perché divideva i polli in vari gruppi, secondo una logica nota solo a lei, non disdegnando di lasciarne taluni liberi di girare per casa o nelle vicine strade del paese). La posta in gioco era costituita dalle monetine che, in occasione delle feste, ci davano i parenti quando andavamo a fare loro gli auguri col tradizionale baciamano. All’estrazione di ogni numero dal sacchetto contenitore, talvolta sostituito da un calzettone da uomo, qualcuno gridava ad alta voce il corrispondente riferimento secondo l’antica smorfia napoletana: l’uno era l’Italia, il ventidue erano i pazzi, il novanta era la paura, il trentatré erano gli anni di Cristo e così via. Seguivano spesso allegri commenti e sonore risate.

    Quando era di buon umore lo zio Armando, di solito taciturno, ricordava episodi dei quaranta anni di vita da lui trascorsi negli Stati Uniti d’America, ove era giunto al grado di Console Generale d’Italia a Filadelfia. Lo ascoltavamo tutti pendendo dalle sue labbra perché raccontava, con dovizia di particolari, cose di un mondo così diverso e lontano dal nostro, nel quale si era recato da giovane con tanto spirito di avventura. A noi bambini piaceva in particolar modo l’episodio che riguardava il grande pugile Primo Carnera e perciò spesso lo invitavamo a ripeterne il racconto, fingendo di averlo dimenticato. Ci narrava allora che, per ordine del Duce del Fascismo, egli dovette ritirare il passaporto al campione, sospettato di aver perduto il titolo mondiale dei pesi massimi in un incontro truccato. A noi piaceva soprattutto la descrizione fisica che faceva di Carnera allorché entrò nel suo ufficio: lo zio con ampi gesti ci faceva capire che le misure fisiche del pugile erano davvero eccezionali, al punto che sosteneva di non aver mai visto in precedenza un simile gigante, pur vivendo continuamente a contatto con tanti colossi dalla pelle scura.

    Quando lo zio Oreste portava dalla campagna un sacco di pigne (quelle dei pini di bosco) le zie le lasciavano vicino al fuoco del caminetto fino a quando si aprivano per il calore; le davano poi a noi bambini affinché con pazienza estraessimo i pinoli che, quasi con pudicizia, si nascondevano all’interno. Terminata l’operazione rompevamo il loro guscio e mangiavamo il contenuto che era veramente saporito. Aprendo con cura anche la parte più interna del pinolo, senza spezzarla in due,compariva un gambetto che si diramava in altri piccoli gambi e somigliava ad una mano in miniatura: era “la mano di Gesù Bambino” (così si diceva ai bambini, di generazione in generazione). I pinoli avanzati erano conservati per usarli tra gli ingredienti dei dolci e particolarmente per il gustosissimo “sanguinaccio” che veniva preparato in occasione dell’annuale uccisione del maiale.

    Il compare Carlo portava in regalo per noi bambini qualche sacchetto di “granone americano” (così chiamavano allora i popcorn) i cui chicchi si distinguevano da quelli del normale granturco perché presentavano un piccola punta. Il dono era particolarmente gradito perché allora era una rarità. Le zie sistemavano i chicchi in una padella coperta, aggiungendo un poco di olio e poi li mettevano sul fuoco del caminetto. Dopo qualche minuto si udiva l’allegro scoppiettio prodotto dall’aprirsi dei chicchi, terminato il quale veniva tolto il coperchio e, quasi per magia, al posto dei granelli giallastri erano comparsi tanti fiocchi bianchi come la neve, di forma e dimensione diversa, accolti da noi bambini con un festoso battimani. Li mangiavamo poi con un po’ di sale. I bambini di oggi acquistano i popcorn in sacchettini prodotti dall’industria oppure dalle bancarelle dei luna-park; essi gustano, quanto al sapore, la stessa cosa ma non provano le sensazioni e le emozioni che provavamo noi quando si apriva quella magica padella col suo candido contenuto.

    Lo zio Corrado in quel periodo dell’anno andava a caccia e, quando gli andava bene, tornava col carniere pieno di tordi. Le zie ci affidavano il compito di spennarli e noi assai contenti lo facevamo innanzi al caminetto avendo cura di far cadere le penne sulla brace in modo che prendessero subito fuoco. Tolte le penne i tordi passavano nelle esperte mani dei più grandi che con veloce mossa li passavano ad uno ad uno sulla fiamma per bruciare la residua peluria. A quel punto le zie li portavano via per ripulirli delle interiora e cucinarli in un delizioso sughetto.

    Talvolta, su nostra insistenza, la mamma metteva a cuocere le patate, intere e con la buccia, sotto la cenere calda del caminetto. Dopo qualche tempo, essendo ormai cotte, le estraeva dalla cenere, le sbucciava e le serviva in tavola con olio e sale: erano una vera squisitezza, molto più saporire delle patate lesse.

    Qualche ora prima di andare a letto, qualcuno metteva a scaldare nel caminetto i mattoni in terracotta, che avevano la caratteristica di conservare a lungo il calore e quindi, avvolti nella carta di un giornale, facevano da scaldino nei letti gelidi delle camere al piano di sopra. Il mattone veniva collocato ai piedi del letto, sotto le coperte, prima di coricarsi. Una volta sotto coperta istintivamente si era portati ad accostare i piedi al mattone caldo, provandone immediato sollievo. La cosa però comportava inevitabilmente la formazione dei fastidiosi geloni, dovuti al riscaldamento intenso e repentino di una parte del corpo in quel momento molta fredda.

    Mantenendo la promessa fatta ogni anno a noi bambini, le zie nell’ultimo giorno delle vacanze natalizie preparavano con la farina un impasto che, posto in un grosso recipiente di terracotta (in dialetto cilentano “ scafareia ”), veniva fatto lievitare per tutto il giorno. Alla sera, mentre eravamo tutti seduti intorno al caminetto, tenendo sui ginocchi il tovagliolo ed un piatto, le zie ponevano sul fuoco una padella e, non appena l’olio bolliva, vi calavano dentro la pastella a cucchiaiate, avendo cura di inserire in ciascuna di esse pezzetti di alici salate o di formaggio che le rendevano più saporite. Le pastelle friggendosi assumevano le forme più strane e la nostra fantasia le faceva somigliare a questo o a quell’animale od oggetto. Ognuno diceva la sua a voce alta tra le risate generali; saltava così fuori il rospo, l’elefante, il coniglio, l’orsetto, la barchetta e così via. Le frittelle cotte venivano poi tolte ad una ad una dall’olio e servite direttamente nei piatti che avevamo in mano per essere mangiate ancora calde, senza ausilio di posate. In un primo giro a ciascuno veniva data una frittella; seguivano poi numerosi altri giri fino alla sazietà di tutti, sostituendo in tal modo la consueta cena. Nel gergo familiare quella era la serata dedicata ai rospi (in dialetto “ ruospi ”), ai quali appunto somigliavano quegli strani panzerotti così appetitosi.

    Uno spettacolo particolare era offerto dalla fiamma del caminetto, quando diventava alta. Ciò avveniva di mattina al momento dell’accensione o nel corso della giornata quando era necessario riattizzare il fuoco e aggiungere nuova legna. Soffiando con un ventaglio, si levavano per prime le scintille col tipico crepitio, poi compariva la fiamma che, alzandosi, attirava l’attenzione generale. Come d’incanto, tutti stavamo zitti e la guardavamo restando soggiogati e ipnotizzati da essa per qualche minuto. Mentre gli altri tornavano alle proprie occupazioni, spesso lo Zio Armando continuava a fissarla intensamente immergendosi nei suoi pensieri. Probabilmente la fiamma era lo schermo su cui rivedeva proiettati i tanti ricordi della sua vita intensa e avventurosa.

    Quando il pendolo suonava le undici, con mio padre in testa, lasciavamo la cucina ed il caminetto per raggiungere le camere da letto battendo i denti dal freddo. La zia Erminia, invece, restava sola accanto al fuoco e si dedicava al ricamo o alla lettura dei romanzi che le piacevano tanto (“I tre moschettieri”, “Venti anni dopo”, “I Miserabili”, “La signora delle camelie”, “Delitto e castigo” e altri classici del genere). Quando era stanca, prima di andare a letto, spegneva il fuoco lentamente e con cura, col fare di chi cala il sipario sul palcoscenico. All’indomani la zia Emma, la più mattiniera, accendendo il fuoco avrebbe ridato vita a quel teatro per il nuovo giorno.


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